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Periódico de Trabajo Social y Ciencias Sociales
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| RIFLESSIONE
Por Fabio Pipinato
Quest'ultima richiesta viene dalla Conferenza sul razzismo, promossa dalle
Nazioni Unite, che sta avendo luogo, in questi primi giorni di settembre, a
Durban in Sud Africa. In realta' la cosa ha avuto una modesta eco solo ora,
in occasione di un Meeting internazionale, ma e' stata accuratamente
preparata dal 22 al 24 gennaio a Dakar - Senegal in occasione di una
Conferenza promossa dall'Organizzazione per l'Unita' Africana (OUA) sempre
contro il razzismo. Il documento finale, che ha trovato l'unanimita' dei
capi di stato africani, afferma che il mercato degli schiavi e' stato una
tragedia senza precedenti nella storia dell'umanita' e che si e' abbattuta
particolarmente contro l'Africa, e prosegue invitando la comunita'
internazionale a riconoscere pienamente le ingiustizie praticate dallo
schiavismo, dal colonialismo e dall'apartheid, tutte forme istituzionali di
violazione dei diritti fondamentali.
Tra i moltissimi misfatti compiuti dal colonialismo viene ricordata, tra le
altre, l'occupazione belga del Congo. Tra il 1880 ed il 1920 fu compiuto un
vero e proprio olocausto nel Congo con milioni di morti.
Il documento di Dakar termina con la richiesta di compensazione che secondo
il diritto internazionale trova legittimita' in un precedente caso di
200.000 ebrei schiavizzati dal regime nazista; recentemente, i diretti o i
discendenti, hanno avuto un qualche risarcimento.
E' tutto vero ma non dimentichiamo che il suo Rwanda sta partecipando, con
gli alleati anglofoni, Burundi ed Uganda, alla conquista della Repubblica
Democratica del Congo, causando una tragedia non inferiore al genocidio
rwandese o ai massacri perpetrati dai belgi. La sistematica violazione dei
diritti umani nelle prigioni rwandesi non ha eguali al mondo. Non solo.
Kagame accusa l'Europa ma si guarda bene dall'attaccare gli Stati Uniti ove
e' stato preparato in una Scuola Militare gia' soprannominata "fucina di
dittatori".
E' normale che la richiesta di risarcimento non abbia trovato ne' astenuti
ne' contrari in sede OUA ma qui si ripropongono gli stessi problemi, in
parte risolti dalla buona legge italiana, pur essendo ancora in attesa di
applicazione, sulla cancellazione del debito estero.
Una risposta politica, questa volta, potrebbe arrivare indirettamente dal
presidente della Commissione Europea Romano Prodi. In occasione della
consegna del Premio Internazionale Viareggio Versilia affermo' che
"Sostenere con coraggio e con investimenti le classi dirigenti africane che
mostrano sensibilita' democratica e' un atto di lungimiranza politica.
Impedire il commercio delle armi pesanti e leggere con il Sud del Mondo e
fermare le "guerre canaglie" e' la via per scrivere un progetto di pace.
Avviare progetti che rimettano in piedi l'economia di questi paesi come il
programma "Everything but arms" (tutto eccetto le armi), che ha aperto in
modo unilaterale i nostri mercati alle produzioni provenienti dai 49 Paesi
piu' poveri del mondo, e' indicare la strada dello sviluppo e della pace".
Era impensabile, negli anni '80, durante gli anni della malacooperazione
italiana, sentire interventi cosi' puntuali. Ma il pericolo non e' cessato.
Di tutt'altro avviso, infatti, e' l'attuale Presidente della Camera
Pierferdinando Casini che in una intervista rilasciata al sottoscritto,
durante l'ultima edizione di "Civitas - Salone del nonprofit", ha dichiarato
di voler innanzitutto salvaguardare i posti di lavoro in patria e che non e'
all'ordine del giorno dell'attuale governo un ridimensionamento dell'export
di armi leggere.
Eccezion fatta per gli Stati nord-europei relativamente coinvolti nel
periodo coloniale, dagli altri Stati burocratici, protezionisti,
ex-colonialisti, armati e sovrani non c'e' da aspettarsi una politica
unilaterale, e senza l'aiuto di altre Organizzazioni sovranazionali sara'
impensabile ogni forma di compensazione, cancellazione del debito e di buona
cooperazione allo sviluppo.
Cosa fare allora? Attraverso l'ONU che e' l'unico organismo deputato a tale
politica e che non casualmente ha promosso la Conferenza di Durban, si puo'
proseguire la proposta del presidente della Commissione Europea aiutando
subito i Paesi impoveriti che, secondo i diversi rapporti ONU (dall'Alto
Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite al Programma delle
Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano) dimostrano un'attenzione democratica.
Cancellare quindi il debito estero e fornire credito o compensazione
vincolata a soddisfare i bisogni essenziali delle popolazioni.
Per i Paesi in transizione si congelano semplicemente i fondi che potrebbero
essere utilizzati, nel frattempo, dalle stesse Agenzie e Programmi ONU o
regionali (OUA) di sviluppo umano e sostegno democratico.
E' impensabile aiutare oggi un paese come il Burundi che, attraverso una
estenuante trattativa diplomatica condotta da Nelson Mandela, sta
ipotizzando un percorso di pace. Se si fornisce a questo paese denaro
contante (cosa diversa e' se si cancella il suo debito estero) si rischia di
farlo cadere nell'ennesima ecatombe. L'Italia, come i suoi partner europei,
non deve ripetere gli errori del passato. L'affare Telecom Serbska, per
esempio, ha fornito denaro contante al dittatore Milosevic ed ha permesso a
costui di evitare una rivoluzione interna nell'ex-Jugoslavia pagando le
pensioni e stornando capitale per l'invasione del Kossovo.
Per la realizzazione di questi percorsi di "global justice", per usare un
termine di Enrico Peyretti, non c'e' altra via che il potenziamento di
organizzazioni sovranazionali democratiche che figurerebbero come "terza
parte" nel processo di condono del debito estero e di riparazione dei danni
provocati dallo schiavismo e dal colonialismo, terminando quell'opera
incompiuta iniziata nel dopoguerra che ha visto in parte la decolonizzazione
politica ma non quella economica. |